Negli ultimi tre anni, l'Italia ha assistito a una preoccupante diminuzione degli investimenti nel comparto sicurezza per le lavoratrici e i lavoratori in divisa, accompagnata da continui tagli, da un contratto che ci ha fatto perdere 200 euro al mese, da assunzioni che non recuperano i pensionamenti. In un contesto simile, assistiamo invece a un aumento delle spese per la guerra. È in questo scenario che emerge la proposta di reintrodurre il servizio di leva, un'idea che promette di risolvere problematiche complesse dei giovani, ma che si rivela, in realtà, un approccio riduttivo e miope. La retorica che accompagna questa proposta è che, attraverso una leva volontaria, si possa fornire un'opportunità di crescita e formazione ai ragazzi. Tuttavia, è chiaro che questo potrebbe essere solo un primo passo verso l’obbligatorietà, un ritorno a un'idea di servizio militare che è intrinsecamente legata alla visione politica di una certa destra al potere. Una visione di guerra. La sicurezza, per chi vive di semplificazioni e demagogia, si traduce esclusivamente in operazioni di taglio delle risorse e nell’adozione di misure punitive, piuttosto che in un vero rafforzamento della sicurezza pubblica. Nuove leggi e aumenti delle pene sono presentati come soluzioni per rassicurare l'opinione pubblica, ma in realtà non affrontano le cause profonde delle problematiche relative alla sicurezza. È tempo di considerare che i cittadini hanno bisogno di risposte concrete e non di palliativi legislativi che, alla lunga, possono aggravare la situazione. L'introduzione del servizio di leva, prodromo di un militarismo modernista, rappresenta l’ennesimo passo in una direzione sbagliata. Chi è sinceramente democratico non può non opporsi a questa proposta, perché il futuro delle nuove generazioni non può basarsi sulla coercizione o sull’obbligo di indossare l'elmetto per andare a morire in un campo di battaglia. Abbiamo bisogno di un esercito composto da professionisti formati e motivati, non da ragazzi e ragazze costretti a sacrificare un anno della loro vita in un'esperienza che rischia di non apportare valore reale. Serve eventualmente un sistema unico di difesa europeo, spendendo meglio e quindi di meno rispetto agli attuali impegni di spesa che le singole nazioni affrontano. Le risorse, piuttosto, dovrebbero essere dirette all’assunzione di più poliziotti e carabinieri, per garantire una sicurezza tangibile nelle città, e non disperse in un'iniziativa che non affronta le radici di una società sempre più complessa e fragile. Gli investimenti nella formazione delle forze dell’ordine, negli organici e nel loro equipaggiamento, nella tecnologia e in forme di polizia di prossimità sono elementi chiave per una sicurezza efficace e sostenibile. È fondamentale promuovere anche la cultura della legalità e il supporto alle comunità locali, favorendo un approccio incentrato sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione. In un mondo globale e in continua evoluzione, le sfide per la sicurezza richiedono soluzioni all’avanguardia e lungimiranti. L’implementazione di programmi di educazione civica nelle scuole, insieme a iniziative di sensibilizzazione tra i giovani, sono ad esempio a nostro avviso indispensabili per sviluppare un senso di appartenenza e responsabilità. Investire in politiche sociali e nel benessere delle persone è la chiave per costruire una società coesa e solidale. Altre vie rappresentano solo un pericolo. Noi lo denunciamo da tempo.

Pietro Colapietro

Segretario Generale Silp Cgil

(Pubblicato su iPol 563/25)

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