Editoriale di Daniele Tissone

Sta succedendo quello che più volte abbiamo denunciato: se non si abbassano i toni, se non lo fa soprattutto chi ha responsabilità politiche e di governo, i primi a rimetterci sono e saranno i poliziotti.
A rimetterci è e sarà l'intera istituzione Polizia di Stato. Come purtroppo sta già avvenendo.
Basti pensare a quel che è accaduto il 23 maggio a Genova, un autentico déjà-vu che non avremmo di certo voluto rivedere. Sarà indubbiamente la magistratura ad accertare come sono andate le cose.
Di certo il clima registrato alla vigilia di una manifestazione, che si è ritenuto di voler  autorizzare, già anticipava quel risultato di feriti e di violenze subite da più parti, tra cui i nostri poliziotti.
Sulla violenza di chi ritiene di assaltare una piazza pensando di essere legittimato ad aggredire i lavoratori in divisa, ci siamo espressi: la violenza è ingiustificabile, da qualsiasi parte provenga.
Anche perché possono andarci di mezzo colleghi che svolgono soltanto il loro lavoro, cittadini che manifestano pacificamente o giornalisti, come nel caso del corrispondente di Repubblica, che si trovavano li per fare il proprio mestiere.
Il rischio, oggi più che mai, è che i poliziotti possano essere visti come espressione di una parte o, peggio ancora, di un partito politico. 
In un simile contesto abbiamo serio timore che i poliziotti e gli operatori di tutte le forze dell'ordine siano destinati a diventare, loro malgrado, sempre più un capro espiatorio per chiunque.
A nulla varranno gli appelli di chi giustamente richiama la condizione di "super partes" dei nostri operatori, se chi oggi ha la responsabilità politica della sicurezza in italia non muterà tono e atteggiamento.
 
 
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